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Quale futuro per Iperammortamento e Industria 4.0?

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Impresa 4.0_Service_Iperammortamento
Nel testo definitivo (al 31 ottobre) della Legge di Bilancio 2019, l’articolo 10 è dedicato alla proroga e rimodulazione dell’iperammortamento. Vediamo queste novità alla luce di un’interessante analisi della situazione italiana realizzata dal Centro Studi di Confindustria.
Al 31 ottobre 2018, l’articolo 10 della nuova Legge di Bilancio 2019, in 5 punti, ridefinisce le condizioni per usufruire degli incentivi, indicando:
  • il prolungamento dei termini temporali per gli investimenti in beni strumentali materiali nuovi, destinati a strutture produttive situate nel territorio dello Stato, che devono essere effettuati entro il 31 dicembre 2019. Oppure entro il 31 dicembre 2020 se entro il 31 dicembre 2019 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e risulti il pagamento di acconti pari almeno al 20 per cento del costo di acquisizione;
  • si introduce un sistema di aliquote differenziate: 250% (come ora) per i progetti fino a 2,5 milioni, 200% per quelli tra 2,5 e 10 milioni e 150% per quelli tra 10 e 20 milioni. C’è, inoltre, un tetto massimo pari a 20 milioni, oltre i quali la maggiorazione non può essere fruita;
  • l’incentivo per i beni immateriali viene confermato: resta pari al 140% e condizionato all’acquisto anche di almeno un bene materiale tra quelli elencati nell’allegato A;
  • confermato l’onere della dichiarazione del legale rappresentante e della perizia per gli investimenti superiori ai 500 mila euro. Fatta salva anche la possibilità di operare investimenti sostitutivi.

Come questi cambiamenti e queste proroghe sapranno incidere sull’innovazione e la trasformazione digitale del sistema produttivo italiano? 

Segnaliamo l’interessante l’analisi del Centro Studi Confindustria, pubblicata a fine settembre intitolata “Industria 4.0: è un‘opportunità o un rischio per la manifattura italiana?" 

L’autore dell’articolo, Livio Romano, analizza come la trasformazione in atto presenti una duplice sfida alla manifattura italiana che, da un lato, deve investire sullo sviluppo di tecnologie 4.0 e sulla diffusione capillare di queste tecnologie ai diversi comparti per accrescerne la competitività.
In questo senso è favorita da una base produttiva tra le più ampie e diversificate al mondo, un solido know-how nella meccanica strumentale, e un sistema di relazioni commerciali molto strette con la Germania.  

Dall’altro lato, la spinta in avanti viene ostacolata da una forte frammentazione delle sue filiere nazionali, da una debole interazione con università e centri di ricerca, una scarsa cultura digitale della società e una cultura manageriale ancora non sufficientemente diffusa. 

L’analisi condotta dal Centro Studi Confindustria a partire dai datiIstat sulle ICT mostra come all’inizio del 2017 fossero poche le imprese manifatturiere in Italia attrezzate ad affrontare la sfida rappresentata da Industria 4.0.  

Solo il 4% di quelle con più di 10 addetti (2.700 circa), nel 2017 poteva definirsi già come “Innovatore 4.0 ad alto potenziale”, una quota che sale al 13% (9.000 circa) se si includono anche le imprese che pur avendone il potenziale non avevano ancora investito in modo significativo in tecnologie digitali. Di contro, quasi un’impresa manifatturiera su due (31.000 circa) apparteneva alla categoria degli “Analogici”. 

Esiste una relazione inversa tra il ritardo digitale e la dimensione dell’impresa, mentre a livello settoriale tre sono i comparti principalmente interessati fino ad oggi dalla trasformazione digitale: due prevalentemente in veste di fornitori di soluzioni tecnologiche 4.0 (elettronica da una parte, meccanica strumentale e apparecchiature elettriche dall’altra), uno come utilizzatore delle stesse (mezzi di trasporto).
A livello territoriale non si registrano marcate differenze tra Nord e Sud.

Leggi l’articolo del Centro Studi Confindustria.